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Le storie

Ottavia

avvocato, amica, musicista. Italia

“Mi sono sempre sentita un po’ come il mare. Oggi non percepisco più la malattia come un limite, ma come un elemento della mia vita. E come il mare, ci sono momenti di tempesta e momenti di calma, ma tutto è parte di essa, anche la malattia”

Quadro 6

Il mare non è sempre calmo. A volte è in tempesta, a volte è più tranquillo. Ed è così che io mi sento, un po’ come il mare.

Nella mia vita la malattia è arrivata all’improvviso, travolgendo la mia quotidianità e portandomi inizialmente da un ospedale all’altro.

All’inizio ero spaventata e smarrita: il prurito era incessante al punto da rendere difficile il mio lavoro e da costringermi a nascondermi agli occhi persino dei miei amici. Cercavo di mantenere una normalità solo apparente.

Grazie alla mia famiglia, ad un angelo speciale e a tutte le persone che mi sono state accanto fin dall’inizio, ho imparato a vivere con la malattia, a non sentirmi più sola e ad andare avanti.

Il rapporto con i medici è stato fondamentale: mi hanno dato la forza di capire che, nonostante la patologia, rimanevo sempre Ottavia e dovevo condurre la mia quotidianità senza riserve solo imparando ad ascoltare il mio corpo.

Oggi riesco a trasformare le mie fragilità in forza raccontando la mia esperienza, credendo nell’importanza di dare speranza a chi, in futuro, potrebbe dover affrontare il mio stesso percorso.

Ho cercato a lungo un punto di riferimento in questo equilibrio instabile che è diventato la mia vita. E ora che l’ho trovato, faccio il possibile per vedere il lato positivo di ogni cosa. Perché anche la PBC è un elemento di questa vita.

Il commento dell'artista

Il mio nome è Nour e questa è la storia di Ottavia. Le sue parole mi hanno mostrato un percorso fatto di sofferenza e sconforto, ma anche di resistenza, resilienza e speranza. Emozioni e stati d’animo che a volte si alternano, a volte si intrecciano, senza sosta. Ma alla fine, Ottavia riesce ad andare avanti, con coraggio e accettazione.

Joana

biochimica, moglie, volontaria. Portogallo

“Avere la PBC non definisce chi sono. Sono una persona con PBC e devo vivere con questa malattia. Ma sono anche molto altro”

Quadro 1

La prima cosa che ricordo è che ero sempre stanca. Qualche mese dopo, ho iniziato a percepire un prurito insopportabile. Non riuscivo a dormire. Volevo strapparmi via la pelle. Quindi andai a fare una visita dall’epatologo portando una biopsia del fegato e fu confermato che si trattava di PBC. Siamo tutti diversi e dobbiamo trovare il modo di confrontarci e parlare con qualcuno con la nostra stessa patologia. Penso che aiuti molto. Ho una malattia e dovrò conviverci per tutta la vita. Ma io non sono la mia malattia.

Il commento dell’artista

Il mio nome è Nour e questa è la storia di Joana. Per quanto percepissi la sua tenerezza e la sua delicata sensibilità, avvertivo anche il peso dei fardelli che porta dentro di sé, quasi oltre il limite delle sue forze. E così la tenerezza convive con la pesantezza, in una silenziosa lotta interiore.

Dilek

madre di due bambini. Germania

“Questa malattia cronica del fegato resta invisibile al mondo esterno. Non la noti a prima vista”

Quadro 3

Ho realizzato settimane e mesi prima della diagnosi che qualcosa non andasse nel mio corpo. Per me i giorni peggiori sono quelli in cui la rigidità inizia al mattino e non va via. Questa stanchezza cronica, per esempio, è come se qualcuno mi mettesse un peso addosso e improvvisamente nulla funzionasse più. E il prurito è una sensazione di formicolio sotto la pelle che semplicemente non passa mai. Non si vede, ma in realtà sono malata e non voglio dovermi giustificare continuamente con il mondo esterno. E so che dovrò conviverci. Ed è per questo che continuo ad avere fiducia nella ricerca e nella medicina.

Il commento dell’artista

Il mio nome e Nour e questa è la storia di Dilek. Dilek mi ha ricordato la Terra. La Terra che è madre. La Terra che è saggezza e pazienza.

L. Marie

esperta di sanità pubblica, figlia, sorella. Stati Uniti

“Ricevere una nuova diagnosi è spaventoso, ma è ancora più spaventoso rimanere soli. Trovarmi insieme ad altre persone con PBC mi ha dato una prospettiva diversa”

Quadro 4

Ho iniziato a sentirmi davvero molto stanca. Era come se qualcosa, o qualcuno, mi stesse tenendo, non come un abbraccio ma più come se mi stesse trascinando giù.
La stanchezza, poi, insieme alla confusione mentale, può diventare davvero pesante. Può fare paura, soprattutto se sei una persona indipendente. E c’è anche un senso di colpa, quando sai che non riesci a esserci nel modo in cui gli altri si aspettano.

Il commento dell’artista

Mi chiamo Nour e questa è la storia di L. Marie.
Suona il contrabbasso in una band jazz.
Uno strumento che accompagna sempre l’ascoltatore.
Potresti non accorgerti della sua presenza e non notarlo.
Ma senza di lui la melodia non sarebbe in armonia.
L. Marie, per come l’ho percepita, è come questo strumento magnifico che continua a suonare il proprio personalissimo jazz.

Angela

moglie, madre, amante degli animali. Scozia

“Hai bisogno di avere accanto più persone che capiscano cosa stai attraversando. Per me questo è davvero di grande aiuto”

Quadro 2

Nel corso dell’ultimo anno sono diventata più consapevole di ciò che posso e non posso fare. Non sono più dura con me stessa come lo ero all’inizio.
Se non dormo un po’ nel pomeriggio, anche solo 20 minuti, mi sento subito di cattivo umore. Ho anche dei dolori. Quando salgo le scale, a volte ho la sensazione che le gambe siano immerse nel fango e non riesca a sollevarle. Abbiamo partecipato a un paio di conferenze sulla PBC e lì capisci quanto sia importante avere intorno persone che sanno davvero quello che stai passando. E penso che incontrare queste persone mi abbia aiutata molto.

Il commento dell’artista

Il mio nome è Nour, e questa è la storia di Angela. Ho percepito che la sua anima custodisse ancora tanti di quei luoghi e angoli meravigliosi, pieni di vita, vissuti in passato e che ora si sono trasformati in ricordi.

Sheldon

Canada

“Descriverei la PBC come una malattia estremamente frustrante. Le mie emozioni erano altalenanti, instabili. Ma voglio dire alle persone che c’è una possibilità, c’è speranza”

Quadro 7

Gli uomini non vogliono parlarne perché devi essere “forte e macho”. Io non devo fare la persona forte, il macho. Io voglio raccontare la mia storia così com’è.

Mi chiamo Sheldon e vivo a Toronto, Ontario, Canada.
Non sapevo nemmeno che esistesse qualcosa chiamato PBC.
Ora lo so, e lo descriverei come una malattia estremamente frustrante.
Mi grattavo così forte da togliermi la pelle e ogni mattina sanguinavo sotto i vestiti.
Non erano solo mani o piedi. Era ovunque. Ero esausto.
Mi grattavo, grattavo, grattavo e sanguinavo, sanguinavo, sanguinavo.
Le mie emozioni erano altalenanti, instabili, e piangevo.
Ma quando ero in mezzo alla gente, recitavo. Sfoggiavo il mio bel sorriso, in stile: “andrà tutto bene”.
Pensavo che sarei arrivato al capolinea, che sarebbe stata la fine. Si trattava solo di sapere quando.
E invece no: ho ricevuto incoraggiamento. Ho iniziato a parlare con alcuni pazienti con PBC, ho parlato con il mio medico, ho iniziato a imparare.
Sono stato fortunato e voglio aiutare anche io, voglio dire alle persone che c’è una possibilità. C’è speranza. Guardare il lato positivo, non solo quello negativo. Provare a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché la speranza esiste davvero. Cercare il supporto di gruppi che possono aiutare. Parlare, perché può fare la differenza. A me aiuta. E ricordarsi che superare tutto questo è possibile.

Codice materiale: IT-COR-0892